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Euthymia: prove tecniche di degustazione a cura di Fabio C. |
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Falanghina Campi Flegrei 2004 Pa.Di.Vin.Inviato alle 15:30 il Jun. 7, 2012
Certe volte si pensa di aver esagerato nello scrivere di un vino, soprattutto se si tratta di un produttore mai sentito prima e di un unico assaggio isolato. Un azzardo ancor più rischioso se contestualizzato all'interno di un banco d'assaggio affollato di numerosi altri campioni della stessa tipologia ed annata, e per di più nell'ambito di una ancor più ampia manifestazione: il che tradotto significa un numero di assaggi in grado di destabilizzare anche il degustatore più affidabile (cosa che tra l'altro io non mi ritengo affatto). Eppure in un articolo che scrissi 7 anni fa per l'Acquabuona, resoconto della prima edizione di Vitigno Italia a Napoli, mi ero lasciato andare nel segnalare la falanghina di Pasquale Di Meo.
Un bianco umile e contadino dall'etichetta non proprio attraente. Sicuramente il mio coraggio trovò conforto e fu, non poco, influenzato ed alimentato dalla presenza di Francesco Agostini (esperto di riesling tedeschi) al mio fianco nel degustare i campioni presentati ed offerti, in quell'occasione, dal banco del Consorzio. Dopo la pubblicazione dell'articolo fu lo stesso Pasquale Di Meo che per ringraziarmi volle offrirmi un cartone di quella falanghina. Io, come spesso ho abitudine di fare, decisi di imbucarne una bottiglia in cantina ed aspettarla alla prova del tempo. Non nutrivo particolari speranze ma solo una grande curiosità. Come sarebbe evoluta quella falanghina un po' rustica e verdeggiante ma vibrante d'acidità e pulsioni minerali nel corso degli anni ? Il mese scorso nel mettere ordine in cantina mi è ricapitata tra le mani ed ho deciso di stapparla ritenendo che ad 8 anni dalla vendemmia fosse, ormai, venuto il momento di vedere cosa fosse successo. Versata nel bicchiere, dopo aver constatato un'inimmaginabile prefetta tenuta del tappo, la prima cosa che mi ha colpito è stato il colore. Ancora dei riverberi verdolini potevano essere scorti tra i fiammeggianti riflessi oro del calice riconducibili in una sola macchia di colore luminoso e acceso. Al naso le sorprese non sono finite perchè il vino, pur conservando tracce residue di quel suo carattere verdeggiante di gioventù, ha ampliato la paletta aromatica in una direzione più esotica, ancorchè delicata, di ananas disidratata, confettura d'albicocche e frutta secca arricchendosi di eleganti note speziate orientaleggianti, una manciata di tabacco, un tocco di miele ed una spruzzata di zafferano. Al palato non delude le aspettative con una bella freschezza a supporto ed una discreta lunghezza di finale. Un'ora e mezza di fuochi artificiali per poi lasciare spazio con l'ossigenazione ad un atteggiamento più dismesso e rilassato con l'affacciarsi, solo appena accennato sia ben chiaro, di qualche nota vagamente evoluta ad inclinare la sua ripida parabola ascendente prima su un piano orizzontale per poi curvarla leggermente verso il basso. Ma dopo otto anni di glorioso invecchiamento penso proprio che non potevamo chiederci ed aspettarci di più da questo bianco. Vino umile e contadino nel senso più nobile del termine.
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