RIOJA RESERVA 2001 RAMON BILBAO

 

90% Tempranillo, 10% Graciano y Mazuelo

 

Certo è che fa strano leggere di una cantina come quella di Ramon Bilbao, le cui origini risalgono al 1896, considerato, quasi unanimamente, interprete rispettoso delle più pure tradizioni riojane e, poi, assaggiare un vino come la Reserva 2001 ricevendone l’impressione di un rosso assolutamente moderno. Se, però, analizziamo, nel dettaglio, il significato della parola ‘tradizione’ in una regione come la Rioja si intuisce facilmente la confusione generata dal nostro intendere (spesso secondo un’accezione negativa)  la modernità. In questa regione dove si producono i vini, insieme alla Ribeira del Duero, storicamente, più importanti di Spagna si utlizzano, praticamente da sempre, le barrique di rovere americano. Adesso provate ad immaginare se in Langa avvenisse la stessa cosa. Probabilmente Barolo e Barbaresco non avrebbero le caratteristiche che noi tutti ben conosciamo ed apprezziamo e questo, indipendentemente, dalla delicatezza di un vitigno come il nebbiolo che mal sopporterebbe un rovere intenso ed invasivo (o almeno più intenso ed invasivo rispetto a quello francese e slavo) come quello americano. Lo so il mio paragone è, sicuramente, un po’ forzato ma aiuterà a capire meglio cosa voglio dire. Questi vini che nella versione riserva trascorrono circa due anni (20 mesi nello specifico)  in barrique di rovere americano per, poi, trascorrere un ulteriore periodo di affinamento in bottiglia, prima di essere commercializzati, anche quando raggiungono un’integrazione perfetta con questo tipo di legno non possono di certo cancellarne ogni traccia. Quello che più mi ha colpito di questo vino è stata proprio la capacità di superare qualsiasi condizionamento del rovere attraverso una magistrale fusione delle parti. Prova di un abilità non comune nell’impiego del mezzo che rimane tale, strumento e contenitore, mai fine a se stesso. Ecco quindi che le note speziate e  tostate di vaniglia, cacao, caffè e scatola di sigari ma anche di nocciola arrostita sembrano liberarsi nel bicchiere in maniera del tutto naturale interagendo con un frutto a sua volta estremamente maturo. Eppure non si ravvisa nessuna senzazione opprimente, inutilmente ingombrante, gratuitamente pesante a frenarne la beva . Un ventata di freschezza si avverte già al naso e trova pronta conferma in bocca dove quasi tradisce un’ improbabile diluizione per come il liquido scorre velocemente tra lingua e palato solo parzialmente screziato da un lieve bruciore alcolico. Forse riflette solo la sua giovanile esuberanza che, nonostante i sette anni, mostra, inequivocabilmente e fin dal colore, rubino dai riflessi violacei. Rispetto ad altri campioni della denominazione, forse, non brilla, particolarmente, per personalità ed originalità  ma mi faceva, comunque, piacere fissarne un’istantanea per affrontare, ancora una volta, una questione cruciale, quella del rapporto tra rovere e vino, secondo me ancora apertissima, attuale ed almeno per quanto riguarda la nostra penisola ancora tutta da definire e risolvere…

 

Nota a margine: l’azienda dopo alcune vicissutidini susseguite alla morte (1966) dell’ultimo discendente dei Bilbao è dal 1999 nelle mani di Diego Zamora Group, società a conduzione familiare, proprietaria, tra l’altro, di Villa Massa produttrice dell’omonimo Tradizionale Limoncello di Sorrento.

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