De Degustazione: IL FATTORE ANTROPICO

 

 

Il fattore antropico.
 
E ‘l’uomo che fa la differenza. E’ la donna che fa la differenza.
 
Il vino non fa eccezione.
 
Sono uomini e donne che lo producono. Sono uomini e donne che lo consumano. Sono uomini e donne che lo degustano, ne parlano, ne scrivono, lo giudicano(?).
 
E’ il mio ultimo post su questo blog. In realtà avevo interrotto ogni comunicazione il 10 dicembre. Un brutto momento (personale, nulla a che fare con il vino). I post successivi erano già stati scritti precedentemente ed ho pensato, comunque, di pubblicarli.
 
Quest’ultimo post, no. Non era premeditato. E’nato così, per caso, e l’ho ritenuto degna conclusione di questo diario di viaggio attraverso il vino, il mio vino, i miei vini, ovviamente.
 
L’altro giorno leggevo l’ennesimo saggio sul terroir ed ecco che, ancora una volta, prepotentemente balzava sotto i miei occhi e rimbombava nella mia mente un’espressione bellissima quanto abusata: il fattore antropico.
Determinante nè più, nè meno, anzi decisamente più, della composizione del suolo, del clima, delle uve, dei lieviti, etc.etc.
 
Poi, la sera stessa, mi stappavo (cosmica coincidenza?) un Rosado Crianza del 1997 di Lopez de Heredia e mi chiedevo quanto fosse determinante la scelta del produttore di fare quel vino in quel determinato modo. Contro ogni schema, contro ogni regola. Un rosato da uve raccolte ancora immature, portatrici di grande acidità e foriere di un basso grado alcolico, invecchiato quasi dieci anni e passato in legno per trovare il suo precario irragionevole equilbrio. Eppure stiamo parlando di una cantina storica, non dell’ultimo arrivato che cerca di far colpo con una trovata stravagante, di quelle studiate ad effetto per attirare su di sè l’attenzione (avete presente i biodinamici dell’ultim’ora, artigiani convertiti al vino naturale, anfore, corni, calendari lunari e chi più ne ha più ne metta?). Probabilmente, e più semplicemente di quanto possiamo pensare, questa cantina della Rioja, nel corso degli anni, tanti, ha scritto le proprie di regole e continua a seguirle incurante delle mode e dei tempi. Con successo, aggiungerei.
 
Successivamente, però, mi è venuto in mente che alla fine dei giochi, le belle parole non bastano, un vino del genere per avere un senso deve essere consumato, bevuto mentre ci sarà chi si spingerà oltre fino ad analizzarlo, sezionarlo, valutarlo, parlo di giornalisti e degustatori. Ricordo ancora (e come mai potrò dimenticarlo) quando ne portai – fuori programma- alcune bottiglie a una serata organizzata per Slow Food. L’esperto di turno che diceva che il vino era ossidato senza averlo neanche assaggiato, solo osservando ed annusando i tappi. Ed i presenti in sala che non sapevano come orientarsi, se lasciarsi convincere dall’ospite-sapientone oppure abbandonarsi al loro esclusivo apprezzamento (o meno, naturalmente).
 
Ottimi degustatori, pessimi giornalisti. Ottimi giornalisti, pessimi degustatori. Molti che non sanno fare nè l’una nè l’altra cosa. Pochi che eccellono nel saper combinare egregiamente le due attività-abilità. Per fare bene il giornalista ci vuole innanziutto professionalità, autonomia, indipendenza, doti sempre più rare da riscontrare in ambiti ben più importanti, figurarsi l’enogastronomia. Ancor più difficile essere dei bravi degustatori. Sì ci vuole la cosìddetta ‘aurea’ di cui parlavano i  miei vecchi amici porthosiani, appena una decina d’anni fa, ma anche tanta esperienza (bere, bere, bere, fortissimamente bere…), apertura mentale, capacità di discernimento, imparzialità di giudizio, altre doti sempre più difficili da trovarsi in giro. Un bravo maestro potrebbe bastare… Per entrambe le categorie, invece, sembra quasi che schierarsi sia d’obbligo. Con chi, per chi o come solo uno scomodo dettaglio, un’inutile particolare. Quello che ho imparato io e che chi scrive di vino, e ancor più nello specifico chi lo premia, conta molto, molto di meno di quanto possano pensare i produttori. Se gli stessi produttori dirottassero i soldi che, letteralmente, buttano dietro uffici stampa, pubblicità, cene, regali e campionature alle guide, investendo quelle somme in fiere e missioni mirate all’estero sono certo che si ritroverebbero alla fine se non con qualche cliente in più o con minori scorte di magazzino,  sicuramente con un’esperienza di vita, umana, diretta e personale (non filtrata da altri, per intenderci, senza fidarsi di quelli ‘che ci sono già stati, ci hanno già provato, l’hanno già fatto e non ne vale la pena…’) dal valore impagabile ed incommensurabile.
 
Il consumatore. Quanto sono i consumatori veramente consapevoli ? Quanti leggono(comprano) guide, riviste specializzate, si collegano a siti e pagine web a tema. Pochi, davvero pochi, se pensiamo al mare di vino che viene venduto, ancora ed in barba alle statistiche dei consumi in calo,  ogni giorno. I numeri che ci vengono propinati, ammesso che siano veri (particolare non da poco), non sono affatto significativi. Se devo vendere poche centinaia o qualche migliaio d
i bottiglie certi canali potrebbero (condizionale d’obbligo), pure, funzionare ma, assolutamente, non quando si parla di numeri più importanti. E’ la massa dei consumatori, non i circoli di sommelier e aspiranti tali, nè tantomeno la wine-web-elite del nuovo millennio, a fare i numeri e a fare la differenza. Una massa indistinta e indecifrabile, in realtà molto ben poco diversa da quella di dieci anni fa. Con la differenza che l’ignoranza di 10 anni fa è stata sostituita da una dilagante onda di presunta conoscenza, altra forma, più pericolosa e subdola di ignoranza. Programmi televisivi che hanno trasformato una suocera di 75 anni in provetta quanto improbabile esperta di vini e stravolto la sua ottima, sana, cucina di paese con sperimentazioni sempre più ardite quanto poco gradite al rozzo palato di chi ne apprezzava la genuina ed istintiva semplicità. La gente comune (esiste ancora?!) si riempie la bocca di paroloni di cui non conosce il significato, affronta argomenti che richiederebbero non dico anni ma un minimo di studio e approfondimento con la stessa, medesima superificialità e arroganza con cui discerne di politica, televisione, arte, musica  ed altre, riconosciute o meno, forme di cultura.
 
Ah sì dimenticavo perchè il vino è cultura. Materiale ma pur sempre cultura. Il produttore: l’artista, il giornalista-degustatore: il critico, il consumatore: il pubblico. Vino acclamato dalla critica e respinto dal consumatore, vino condannato dalla critica e venduto in migliaia, talvolta milioni, di bottiglie. Dove è la verità ? Forse basterebbe trascorrere  mezza giornata in un supermercato e l’altra mezza in una buona enoteca per rendersene immediatamente ed empiricamente, conto.
 
to be continued…
 
somehow, …
 
…somewhere, …
 
…sometime, …

 

 

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