Crisi D’ Identità…

 

Bio, logici e dinamici, biotici, naturali oppure conservatori ed imbalsamati. Il vino del nuovo millennio deve ancora trovare la sua strada. Almeno per me. Un’ennesima conferma l’ho avuta questa settimana alle prese con una batteria di vini dell’Etna gentilmente offertami in assaggio. In mezzo ad una variegata espressione di stili e tendenze non poteva passare inosservata la diversità siderale tra un bianco ed un rosso d’impostazione diametralmente opposta. Il rosso trebicchierato (se la cosa può avere per qualcuno ancora un senso) riprendeva una formula molto in voga sul finire degli anni novanta e, devo dire, mai del tutto abbandonata o rinnegata. Un’impostazione di chiara influenza bordolese che ha ispirato molti produttori dello stivale (ma che ha fatto scuola e proseliti ugualmente all’estero, più o meno in ogni angolo del globo, anche quelli più improbabili o impensati) e che per certi versi è stata alla base di quel fenomeno di supervini ora toscani ora campani senza eccezioni geografiche, fuori e dentro le denominazioni d’orgine. Con o senza cabernet e merlot, con o senza sauvignon e chardonnay, con o senza uve autoctone quasi sempre stravolte dall’uso insistente di lieviti miracolosi e tecniche invasive di cantina. Ormai è storia, a quanto pare ancora non del tutto passata. E, probabilmente, come in questo caso solo riveduta e corretta. Il vino rosso in questione, infatti, da uve nerello mascalese non è affatto un mostro di concentrazione o iperlegnoso (anzi rovere che non vede affatto) come ci avevano abituati i campioni della new wave di fine millennio. E’ semplicemente un vino di medio cabotaggio, senza carattere e personalità.  Assolutamente ben eseguito dal punto di vista tecnico e ben confezionato sotto il profilo organolettico. Sembra non mancargli nulla, frutto, mineralità, tensione eppure gli manca proprio la cosa più importante: uno scatto distintivo ed autorevole che lasci la famosa traccia di un indelebile ricordo di sè. Veniamo al bianco: anche questo vino vorrebbe appartenere ad una categoria ‘super’, quella dei ‘supernatural’ nello specifico. Vi risparmio tutte le implicazioni di carattere ‘metafisico’ che riguardano la tecnica impiegata per la realizzazione di questo bianco e che ha visto coinvolto una vera e propria squadra di esperti molto ben assortita. Sono presenti, per la cronaca, all’interno stesso del manipolo di proprietari della tenuta, un imprenditore, un enologo, un agronomo (conferitore dei 6 ettari vigna della sua signora), un medico, un esperta di estetica e comunicazione (marketing?!). Il risultato nel bicchiere, che è quello che poi a noi più ci interessa,  non è nulla di così strabiliante, nè più nè meno di quello già intravisto in molte bottiglie di altri produttori appartenenti al filone del vino naturale. Io, scusatemi la franchezza, quello stesso risultato l’ho molto spesso riscontrato in bottiglie di qualche contadino dell’isola di Ischia, che il vino lo fa principalmente per se e per la sua famiglia e che di lavorare in modo naturale prima ancora che per una scelta ‘commerciale’ lo fa per salvaguardare la sua e dei suoi cari salute, producendo un bianco probabilmente meno concentrato e ricco ma sicuramente molto più economico. Sì lo so ci sono contadini, la maggior parte dicono alcuni, che il vino non lo sanno fare, che usano pesticidi ed altre schifezze che avvelenano i terreni ed il loro vino puzza, si ossida, in molti casi non è neanche potabile. Io vi ho risparmiato di parlarvi dell’effetto Plank voi risparmiatemi le solite obiezioni (in linea di massima condivisibili dal sottoscritto) sul vino del contadino… Il succo del discorso vuol essere ben altro. Questo bianco che, per inciso, ho comunque nettamente preferito al rosso imbalsamato e conservatore di cui sopra, è un vino perfettamente replicabile in ogni dove. Apprezzabile per la sua sincerità espressiva e la sua estrema digeribilità ma secondo me privo di quella riconoscibilità teritoriale ma anche solo varietale alla pari del deludente premiato rosso. E quando mi rtrovo a valutare questi vini mi sento più che spiazzato, quasi inadeguato, un po’ un degustatore sull’orlo di una crisi di nervi… Come dovrei comportarmi?!  Se il vino del nuovo millennio deve ancora riuscire a trovare la sua strada mi sa mi sa che anche noi degustatori del nuovo millennio qualche problemino d’identità dobbiamo porcelo e, possibilmente, cercare di risolverlo. Per il momento, semmai, con valutazioni prudenti, più serene e meditate, evitando di farci prendere la mano ed mettere sentenze drastiche e definitive, in un senso o nell’altro.
   Sì lo so, Vi starete chiedendo ‘da che pulpito viene la predica?’ Il fatto è che sto invecchiando…
 
 
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