Cirò Classico Superiore Ripe del Falco 1993 Ippolito VS. Amarone Classico della Valpolicella 1997 Bertani

 

 

Ho aspettato un bel po’ per metabolizzare questo post che, in realtà, vi accorgerete presto, parla di tutto fuorchè di vino. Qualche settimana fa ho perso una mia zia. Era l’ultima sorella rimasta a mia madre, di undici tra fratelli e sorelle. Il primo fratello se n’era andato durante la 2^ guerra mondiale, mia madre la più piccola, aveva solo 5 anni. Cazzo la seconda guerra mondiale… Mia madre fu costretta ad andare alla camera ardente e vedere il fratello, che praticamente quasi non conosceva, steso in quella bara scoperta… Mi ripete sempre che è uno di quei ricordi che, ancora oggi, proprio non riesce a cancellare. Non mi risulta difficile crederle. Anche se non assomiglio fisicamente a mia madre (io e mio fratello ‘mediano’ sembriamo gemelli nonostante i 4 anni di differenza che ci separano e siamo la copia spiccicata di mio padre mentre mio fratello maggiore ha preso da mia madre) di mia mamma sento di aver ereditato qualcosa di ben più importante ed a cui tengo: il dna caratteriale. Lei è nata e cresciuta sui quartieri spagnoli, tra il Pallonetto e Via Nardones, ed io, oltre ad essere perdutamente innamorato di quei luoghi, sento di averne impregnato l’animo. Molta gente mi sfotte per i miei natali vomeresi, anche se in realtà ci sono solo nato, essendosi la mia famiglia quando avevo neanche un anno a Posillipo (di male in peggio qualcuno penserà). Ma io mi sento decisamente più ‘dei Quartieri’ nonostante il mio napoletano zoppichi (assai) e continui ad abitare in una zona considerata per ‘ricchi’… Ogni volta che posso, scappo, rigorosamente a piedi, per tuffarmi e perdermi tra vicoli alle spalle di Via Toledo … così come mi sento a mio agio tra le Case Nuove quando vado a mangiarmi la mia amata pizza fritta, a San Carlo all’Arena per la trippa ‘d’o Russ”, a Secondigliano per i taralli di Tonino, alla Stazione Centrale per la sfogliatella di Attanasio, al Vasto per la pizza di Pellone, …

Mia zia Carmela, per tutti noi Carmelina, ci ha lasciato d’improvviso alla soglia degli ottanta (che avrebbe compiuto tra qualche mese e per la quale mia mamma avrebbe voluto organizzarle una grande festa). Era malata, da un po’, ma non così gravemente da far temere il peggio. Gli acciacchi della vecchiaia iniziavano a farsi, sempre di più, sentire… aveva stranamente ricominciato, da un giorno a l’altro, a fumare, ed aveva perso molta dell’allegria contagiosa che solitamente sapeva trasmettere quando l’incontravi… mi hanno detto.. Sì ‘mi hanno detto’ perchè io non l’andavo a trovare da un pezzo (non sapevo neanche che avesse cambiato casa)  e, sapete che vi dico, la cosa non mi crea rimpianto alcuno. Io preferisco conservare il ricordo di quello che era, una donna napoletana doc: energica, scoppiettante, piena di vita e di sorrisi (quella che insegnava, di nascosto, ma lo sapevamo tutti,  le parolacce ai miei nipoti e sfotteva gli atteggiamenti troppo seriosi di mio padre). Ho scoperto che aveva chiesto di essere cremata, mai me lo sarei aspettato, la credevo così religiosamente condizionata da non potersi lasciare andare ad una scelta del genere ed invece, anzi no, probabilmente un’ennesima conferma del suo spirito libero, trasgressivo e, per molti versi, insofferente alle regole… Ciao Zia , riposa in pace!

 

 

Sono sicuro che a questo punto vi starete chiedendo cosa c’entri, in tutto questo, il vino e, nello specifico, un post che vuole raccontarvi l’improbabile disfida tra due bocce d’antan: un Cirò ed un Amarone. Due rossi così profondamente diversi tra loro da rendere vano ed impossibile, già sulla carta, qualsiasi accostamento o confronto, se non nello stile realizzativo e compositivo, nobile e austero, delle rispettive tradizioni e storie. Un conflitto irrisolvibile dal punto di vista degustativo ma che mi ha spinto, invece, ad una riflessione ricollegabile, in qualche modo, alla scomparsa di mia Zia Carmelina. Ho amato questi due vini e ne ho comprato negli anni diverse bottiglie. Dei due millessimi in questione  ne serbo l’ultima bottiglia che a questo punto non so se e quando mai l’aprirò. Ogni volta cerco di ritrovare la stessa emozione che mi colpì al primo assaggio ed ogni volta mi ritrovo con i bicchieri ripieni di un liquido che solo vagamente riesce a risvegliare quelle stesse sensazioni. E’ un’emozione molto diversa e decisamente meno trascinante che non nasce direttamente dal calice ma ormai quasi solo esclusivamente dal ricordo. Vorrei tanto tornare indietro e sperimentare esattamente le stesse dinamiche organolettiche e degustative che mi destabilizzarono a quel primo assaggio. Ma so che non è possibile, so che non può e non deve essere così. Perchè non funziona così… ed è (almeno secondo me) un bene…

Continuo a preferire la potenza e la bellezza del ricordo.

 

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