CHAMBOLLE-MUSIGNY 2008 DOMAINE COMTE GEORGES DE VOGUE

 

Non compro quasi mai vini da Nicolas, la catena di enoteche in franchising diffusa per tutta la Francia, tranne a settembre in occasione della fiera dei vini quando approfittando degli sconti mi levo qualche ‘sfizio’. Quest’anno ho comprato la Vigne de l’Enfant Jesus 2009 di Bouchard e lo Chambolle-Musigny village 2008 di Comte Georges de Vogue. Due vini che a scaffale, a prezzo pieno, sono un mezzo furto (sono sicuro che leggendo qualcuno toglierà il ‘mezzo’ davanti) considerato che viaggiano poco sotto gli 80 euro (!!!). Non è, dunque, difficile immaginare perchè vadano sistematicamente in promozione con sconti che oscillano tra il 30% ed il 40% in occasione della Foire Aux Vins, imperdibile appuntamento  d’Oltralpe. Intorno ai 60 euro continuano a rimanere bottiglie, comunque,  moooolto care ma almeno ci si lusinga con i 20/30 euro circa che si vanno a risparmiare. L’altra sera dopo aver stappato la Vigne de l’Enfant Jesus, a dir il vero, neanche quello. Oddio nulla da eccepire: un rosso piacevolissimo (piacione, arriverei a dire, con quel suo finale di frutta rossa, dolce e matura, che quasi lascia il sospetto di un, seppur minimo, residuo zuccherino). Delusione ancora più evidente dopo aver stappato in rapida sequenza lo Chambolle di de Vogue che l’ha, letteralmente, fatto scomparire.  Quest’ultimo ha offerto una prova talmente convincente ed entusiasmante fino ad emozionarmi ripagandomi, oltre ogni attesa, non solo delle aspettative ma, perchè no, dei soldi spesi. Un village che metterebbe in riga molti premier cru e che sono sicuro se la giocherebbe anche, ad armi pari, con diversi grand cru provenienti da altre appellation borgognone (non vi preoccupate questa volta mi sono astenuto dallo stapparne…). Considerato gli ettari di cui Comte de Vogue può disporre su Musigny (più di sette solo di grand cru, circa l’80% del totale, e quasi due ettari di 1er cru) mi è, perfino, passato per la testa il pensiero che un po’ di uve più ‘blasonate’ possano venir dirottate in questo semplice village.  Un rosso aristocratico che riesce ad esprimere un’eleganza ed una persistenza, a tratti, sconvolgenti. Appena versato nel bicchiere  i suoi riflessi accesi e luminosi abbagliano la vista e ti strappano, subito, un primo sorrisetto di complice soddisfazione. Ritroviamo la fragranza, la delicatezza e la finezza che sono il timbro inconfondibile del cru. Ampiezza e complessità, profondità e lunghezza, insomma di tutto di più. Una progressione di estrema coerenza ed integrità  che non lascia spazio a cedimenti o esitazioni col trascorrere dei minuti. Succosità e beva, poi, sopperiscono a quella ‘mancanza’ di peso che talvolta qualcuno rimprovera ai vini provenienti da questa denominazione. Inutile sottolineare che a fine serata anche capovolgendo la bottiglia sotto sopra non ne era più rimasta neanche una goccia quindi non vi aspettate che vi aggiorni sul come era il giorno dopo… La cosìddetta prova a bottiglia aperta la rimandiamo ad una prossima volta, spero. Al momento non rimane che il rammarico di non aver osato prendere qualche boccia in più.

 

 

Oltre alle due bottiglie di cui vi ho appena raccontato non ci siamo fatti mancare una terza boccia borgognana e due bianchi, uno in apertura ed uno in chiusura. Incredibile rapporto qualità prezzo per lo Chardonnay di Rocher des Violettes. Un vino che a scaffale costa 9.50 euro ma ne vale, decisamente, molti di più. Emblematico come l’interpretazione di Xavier Weisskopf riesca a trasfigurare il territorio senza sentire il condizionamento di un uva così estremante, rischiosamente, banale come lo Chardonnay. Un bianco di esemplare purezza che può aiutare , in questo senso, a capire tante cose. Ci senti l’impronta acida ed il richiamo alla tipica mineralità muschiata e rupestre dei Vouvray mentre dello Chardonnay rimane solo la mera funzionalità in termini sia di struttura che, un po’ meno, di suggestione. Il terzo rosso era, invece, un altro 1er cru di Beaune: Le Clos de Mouche di Nicolas Rossignol, un produttore che mi piace molto. Un rosso di bella materia, dalla mano felicemente ispirata, fluido energico corroborato dal frutto scuro ed una nota leggermente affumicata di derivazione boisè.  Purtroppo ha sofferto l’aver seguito un pezzo da 90 (e passa) come lo Chambolle. Avrebbe meritato ben altro palcoscenico o più semplicemente precedere e non seguire de Vogue. Chiusura azzardatamente trocken su un babà di fattura tradizionale. Scelta azzeccata (il rhum del babà, secondo me, tende a fare a pugni con un qualunque vino dolce) con uno strepito Auslese, trocken appunto, di Heinrich Braun, il Niersteiner Oelbert 1990. Un vino che al naso vola, senza esagerare, tranquillamente verso valutazioni centesimali importanti  per poi ridismensionare le sue ambizioni una volta varcato il cavo orale. Del resto sarebbe difficile, per un trocken, replicare in bocca il travolgente camaleontico effluvio di sensazioni che un vino come questo è in grado di esprimere, dal punto di vita olfattivo, dopo la bellezza di 22 anni di glorioso affinamento in bottiglia. La secchezza se, da un lato, evidenzia  i suoi limiti dall’altro, serve, e come, per riequilibrare ed allontanare la minaccia di uno stucchevole classico finale da dessert.

 

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