Liberati… ! Dal senso di colpa.

 

 

 

Sull’utilità civile del senso di colpa

di Alessandro Piperno


Sull’utilità civile e sociale del senso di colpa. Questo vorrebbe essere il tema dell’articolo che ho appena iniziato a scrivere. Non so ancora se riuscirò a portarlo a termine. È difficile fare un elogio della bestia nera della tua vita. Non ricordo legame familiare, relazione affettiva, amicizia virile, sodalizio professionale non aggravati dal sospetto di dover pagare una colpa gravissima nei riguardi dell’incolpevole controparte. Chissà che persino certi atteggiamenti misantropici non mi siano stati ispirati da un calcolo auto protettivo: meno gente conosci, più si assottiglia il numero di persone nei confronti delle quali un giorno potresti sentirti in debito.

Ecco perché mi è così difficile scrivere questo articolo. Perché, sulla scorta di Nietzsche, considero il senso di colpa un ostacolo alla felicità individuale, uno sperpero indebito di energie emotive, e soprattutto un sentimento vile. Il senso di colpa è un distributore automatico di risentimento. Prima o poi finisci con odiare chi ti fa sentire colpevole. E quell’odio ti renderà ancora più colpevole, e il surplus di colpa ancor più odioso. E, tuttavia, anche le poche cose buone che ho combinato nella vita hanno a che fare con il senso di colpa. Non mi sarei laureato, non avrei vinto concorsi all’università, non avrei consegnato romanzi agli editori o articoli ai giornali (certe volte non mi sarei neppure alzato dal letto), se non fossi stato pungolato dal senso di colpa. E, del resto, sarei stato un figlio distratto, un partner infedele, un amico infido, un cittadino incivile se il senso di colpa non avesse arginato l’egotismo, l’istinto alla dissolutezza e una cronica attrazione per il gossip, per il caos e per l’entropia.

Da qui, forse, bisogna partire per un elogio del senso di colpa. La cosa che più detesto nello spirito dei miei compatrioti è l’eccesso di auto indulgenza. Ancora non mi capacito che, nella scorsa tornata elettorale, più o meno un italiano su quattro abbia votato un movimento il cui slogan implicito suonava pressapoco così: «È COLPA VOSTRA! PERCHÉ NOI NON C’ENTRIAMO NIENTE!». È colpa vostra: di voi politici manigoldi, di voi giornalisti omertosi, di voi intellettuali conformisti, di voi professori inetti, di voi imprenditori criminali, di voi burocrati assenteisti, di voi commercianti evasori… È colpa vostra se questo Paese è allo sbando. È colpa vostra se tutto funziona male. Se le cose hanno preso una piega così pericolosa. È colpa vostra se tutto è così inefficiente, così sporco, così melanconico.

Il fatto più increscioso è che questo slogan implicito abbia sedotto tanti italiani che si sarebbero dovuti sentire colpevoli: intellettuali, professori, imprenditori, burocrati, commercianti che avrebbero dovuto sentirsi parte in causa, e che invece hanno preferito prendere le distanze da loro stessi, dalla loro stessa categoria, dai loro stessi errori. Evidentemente era così difficile accettare l’idea di essere colpevoli che hanno trovato assai più confortevole dare la colpa agli altri. Gli altri? Chi sono gli altri? Semplice: tutti quelli che non sono io, tutti quelli che non sono qui con me a protestare in questa piazza, in questo preciso istante. D’un tratto, un italiano su quattro ha iniziato a crogiolarsi nell’illusione autoassolutoria di non avere alcuna responsabilità, di essere completamente incolpevole. Sono stati loro, io non c’entro niente. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Dopotutto, siamo il solo popolo che nei due conflitti mondiali ha cambiato casacca in corsa per ben due volte, correndo (per dirla con Flaiano) «in soccorso dei vincitori». Forse il solo movimento politico che servirebbe davvero all’Italia è quello il cui slogan tuonasse: ‘È COLPA NOSTRA’. Ma dubito che un partito così severo con i suoi adepti e con se stesso avrebbe un grande seguito popolare. L’italiano non si sente mai in colpa. L’italiano non vede l’ora di dare la colpa agli altri. La ragione per cui l’italiano stenta sempre a dimettersi è perché non può accettare l’ipotesi di aver sbagliato. L’italiano è come Fonzie (il bullo rubacuori di Happy Days, che, infatti, si chiama Arthur Fonzarelli). Il problema di Fonzie è che non sa dire: «Ho sbagliato!». Fonzie è un italiano doc. Fonzie è come l’allenatore di calcio che quando la sua squadra ha un rigore contro dice che è tutto uno schifo, e quando ne ha uno a favore si stringe nelle spalle sospirando: «Dalla mia panchina non ho visto, ma i ragazzi mi hanno assicurato che c’era». Ora, nessuno pretende che l’italiano agisca come il giapponese, e arrivi a suicidarsi per disdoro e disonore, ma almeno che si comporti in modo responsabile. Che sia disposto a riconoscere la propria correità. Che sia capace di dire: se qui tutto va male e io sto qui da un pezzo, evidentemente anche io devo aver mancato in qualcosa. Avete presente i formidabili film di Ingmar Bergman? I personaggi sono tutti infelici e frustrati, sull’orlo dell’abisso. Si sentono colpevoli di delitti che forse non hanno commesso. Hanno tutti un genitore o un coniuge che li giudica con riprovazione… Almeno però vivono in un contesto sociale prospero e confortevole. Il mondo ordinato in cui soffrono è figlio del loro senso di colpa. Vedendo quei film meravigliosi ti viene il sospetto che la ragione per cui gli abitanti del Nord Europa sono mediamente più civili di noi è che sono stati più efficacemente colpevolizzati. Essi provano vergogna e non conoscono l’auto indulgenza. Questo li rende più malinconici, è vero, ma anche cittadini irreprensibili. Una trentina d’anni fa Alberto Arbasino pubblicò uno strano pamphlet intitolato Un paese senza. Il saggio aveva l’andamento rapsodico di certa moralistica italiana (da Guicciardini a Longanesi). A suo modo, era addirittura dolente. L’idea di fondo è che all’Italia mancasse qualcosa. Già, ma che cosa? Per Arbasino l’Italia di allora (ma lo si potrebbe dire ancor più di quella di oggi) mancava di memoria. Arbasino alludeva alla memoria culturale naturalmente. Ma forse bisognerebbe spostare la questione dal piano culturale a quello della coscienza individuale. Non c’è niente che l’italiano dimentichi più volentieri delle colpe che ha commesso. Ancora Nietzsche dice: «Io amo colui che si vergogna quando il dado cade in suo favore, e chiede: ho forse barato?». Di norma l’italiano è troppo occupato a chiedersi se gli altri hanno barato a suo danno, per fermarsi a riflettere se per caso non sia lui il baro. Del resto, il senso di colpa può riservare piacevoli sorprese a chi se ne lascia affliggere (lo dico per allettarvi).

Alla lunga colpevolizzarsi può rivelarsi uno straordinario strumento difensivo. Un modo per sgravarsi la coscienza a costo zero. Oscar Wilde, che se ne intendeva, diceva che c’è «un lusso nell’auto biasimo. Quando ci facciamo dei rimproveri ci pare che nessuno abbia il diritto di rimproverarci. È la confessione e non il sacerdote che ci dà l’assoluzione». Ogni tanto mi capita di mangiare un panino nel bar della facoltà con un mio collega: un professore di letteratura inglese, di Manchester, che vive e lavora in Italia da più di vent’anni. Un tipo come te lo immagini: rubizzo, ironico, aristocratico come sir Alex Ferguson. Parla un italiano forbito, dall’accento marcatamente britannico. L’altro giorno, commentando la morte della Thatcher, gli raccontavo di quando, da piccolo, in pieno evo thatcheriano, andavo in Inghilterra in vacanza studio. Era sconcertante per me, ragazzino viziato, constatare la modestia del tenore di vita delle famiglie che mi ospitavano. Possibile che quella fosse la classe media in Inghilterra? Mangiavano carne una volta ogni due settimane. Andavano al cinema og
ni morte di regina. Indossavano sempre lo stesso paio di scarpe… «Guarda che è ancora così», mi ha detto lui. «La cosa che mi colpisce degli italiani è il tenore di vita: la condizione di una famiglia qualunque italiana è decisamente più prospera di quella di una famiglia qualunque inglese. Però voi italiani non fate che lamentarvi. Non fate che prendervela con le istituzioni. Avete sempre qualcuno a cui dare la colpa». Così anche lui se n’è accorto, mi sono colto a pensare. Ed è più o meno allora che mi sono lasciato andare a una strana fantasia orwelliana: ho immaginato un mucchio di bambini italiani seduti ai banchi di una grande aula, immersi in un silenzio luttuoso, costretti a una dieta spirituale fatta di letture di passi del Vecchio Testamento, di libri di Dostoevskij, di Kafka e Ágota Kristóf; di reiterate visioni di film di Haneke e di Lars von Trier; di estatiche contemplazioni di quadri dell’ultimo Goya e di Füssli… il tutto cupamente officiato da un pastore protestante… Ok, forse a fine trattamento sarebbero tutti più infelici: ma di certo anche mille volte più civili.

 
 
 

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