‘Dell’incredibile discrepanza tra styling e prodotti da vendere..’

L’etichetta ‘naturale’ ha ormai superato i confini del biologico e del biodinamico  reciclando e redimendo anche quei vini, tra i più convebzionali, dal glorioso quanto dubbio passato.

‘La quantità di vino che sommerge addetti ai lavori e non – il web ha reso tutti esperti, anche solo per i proverbiali, warholiani quindici minuti – in questo susseguirsi frenetico di assaggi (guidaioli e non) che si susseguono incalzanti in giro per l’Italia è impressionante. Tra eventi istituzionali, degustazioni a tema, fiere nazionali, locali o semplici sagre di paese, incursioni (sopralluoghi per gli addetti, visite per i non) in azienda, finali e finaline, verticali, orizzontali, trasversali… e via esplorando le inaudite congiunzioni tra il vino e le arti sceniche (fotografia, pittura, scultura, musica, teatro, danza…)  i numeri diventano esponenziali. Cotanta moltiplicazione impazzita e incontrollata – par di vedere i poveri Gremlins che, se bagnati, si riproducevano per partenogenesi diventando, da paciosi che erano, cattivi e dispettosi – non fa mica tanto bene. Certo, l’arricchimento – frammentazione? – dei punti di vista è uno dei vantaggi del contemporaneo pluralista. Le tendenze non esistono e oggi ci sono tante visioni quanti sono i produttori che le propongono: questo è chiaro. Il problema è d’altra natura. Il vigneron dovrebbe, al suo meglio, produrre visioni, mettere in discussione lo status quo, suggerire inattesi sfondamenti prospettici, sempre tenuto conto che il vino appartenga ad una forma pur sempre minore d’arte applicata. I grandi numeri, richiesti dalle gestioni manageriali,  vogliono invece messaggi facili: la roba che vende, senza tante e soverchie elucubrazioni. L’impasse è evidente: i vini  – parecchi, non tutti – continuano a soddisfare con trovate balzane e super-styling l’insaziabile fame visiva dell’audience globale; per i buyer, invece, c’è il prodotto puro e duro (ahimè non nell’accezione nobile del termine ma bensì più banalmente commerciale), sovente inerte in cantina, che finirà a scaffale o in carta. La passerella, così, più che comunicare, indulge nell’onanismo dell’esercizio di stile. Ci si parla addosso compiaciuti tra soliti noti, dimenticando che le visioni creano vero progresso solo se autentiche e condivise, e se dall’empireo dell’idea arrivano alla strada. O no? ‘

 

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