MODELLI

 

 

 

 

Dopo aver bevuto insieme e, soprattutto, grazie a Paolo De Cristofaro il Taurasi 1961 di Mastroberardino è sorta, all’indomani, durante il ritorno in macchina a Napoli dalla trasferta romana, una vivace ed interessante discussione sul ‘perchè‘ non si fanno più vini così. Dove per vini così, nello specifico, s’intende, ovviamente, Taurasi così… Un rosso dall’improbabile gradazione alcolica (12.5%) che strappa un sorriso, doppio, se si pensa, una volta versato ed annusato il liquido nel bicchiere, alla sua straordinaria capacità d’invecchiamento. Un percorso evolutivo fatto di ricomposizione e stratificazione, direi più unico che raro, durato più di 50 anni. Un’acidità ancora viva e pulsante con il tannino di un’eleganza e di una finezza davvero incredibili. Due elementi progressivamente, perfettamente, integrati in un’armonica sinfonia d’insieme. Tanto austero e complesso al naso quanto, allo stesso tempo, snello e succoso al palato. Allora la domanda sorge spontanea! Perchè un vino del genere non si è imposto come modello di riferimento mentre al contrario si è affermato ed è stato adottato, gli è stato, dunque, preferito quello di ultimissima generazione del vinone ipertrofico, muscolare dal tannino devastante e la materia strabordante. Cazzo che domanda Paolo ?! Ho provato a darti una risposta sul momento ma mi accorgo della mia totale inadeguatezza.

 

 

 Il Taurasi ha avuto praticamente fino alla metà dei novanta un solo produttore portabandiera, interprete unico della denominazione, Mastro appunto, che neanche a farlo apposta, proprio in quegli anni, veniva trascurato, se non addirittura del tutto ignorato, dai nuovi media di settore, messo in ombra da quei produttori ultimi arrivati (a tutti gli effetti possiamo affermare degli esordienti, se non in vigna sicuramente in bottiglia) ispirati dalla moda del momento (in buona parte, letteralmente, importata dal mondo anglosassone) incarnatrice di una presunta modernità. E’ stato il modello di quest’ultimi ad imporsi immediatamente all’attenzione della critica o, forse, sarebbe meglio il caso di dire, a cavalcare l’onda lunga di un fenomeno, in realtà, in atto in tutta la penisola. E ad essere, quindi, negli anni a seguire assunto come modello  esclusivo da imitare pedissequamente (…con lo stesso Mastro che sembrerebbe aver ceduto, nel frattempo, a certe sollecitazioni di mercato). Sembra troppo facile, e superficiale, detta così. Perchè anche una volta finita la festa, infatti, nessuno sembra aver avuto il coraggio di provare, almeno, ad imboccare una strada diversa,  tornare in qualche modo al passato, riscoprendo i fattori di successo (certamente non di natura mediatica ma ben più solidi e concreti dei contenuti)  di quell’antico modello ?! Senza, con questo, per forza, aggiungo, rinnegare, in toto, quegli accorgimenti e miglioramenti tecnici, nel frattempo, appresi ed acquisiti, comunque utili alla causa. In effetti non rimango, per primo io, convinto della mia spiegazione. Troppo facile prendersela sempre con i soliti ‘cattivi’ di turno: ora l’enologo consulente (omnipresente) ora le guide (in perenne calo di ascolti e di lettori ma a quanto pare mai di vendite…). Non può essere nè essere stato, ovviamente, solo questo. Spero che Paolo che dimostra di avere a cuore, particolarmente, la questione ma anche molta più pazienza, professionalità e determinazione del sottoscritto possa trovare , prima o poi, una più valida ed esaustiva risposta.

 

 

 

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