La qualità del degustatore…

 

 

 

Sono rimasto davvero sconcertato, per più motivi, dall’ultimo pezzo di Davide Paolini pubblicato ieri sull’inserto domenicale del SOLE24ORE. In particolare (ma tornerò poi anche sull’argomento principale affrontato) da una sua affermazione, che in realtà riprende, secondo quanto scrive lo stesso gastronauta, quella di un noto guru dell’enologia (chi?), che è la seguente: « la qualità di un vino dipende dalla qualità del degustatore e siccome la qualità del degustatore non esiste… ».

 

  La prima mia reazione è stata: ‘a me me pare na’strunzata! ‘. Poi con calma l’ho letta e l’ho riletta, ci ho riflettuto un bel pò su, e mi sono detto: ‘ a me me pare proprio na’ strunzata!‘… In effetti con quest’affermazione si raggiunge l’apoteosi del relativismo assoluto. Non so se Paolini volesse semplicemente riportare una provocazione e mi sembra quasi assurdo che io stia qui a voler perdere del tempo a controbbattere una simile affermazione ma la considero piuttosto grave (passatemi la battuta quantomeno una grave leggerezza). C’è una bella differenza tra la lapalissiana (superficiale) constatazione dell’avere ognuno, semplicemente, gusti diversi ed arrivare a dire, per questo stesso motivo, che non possa esistere una qualità del degustatore. Io mi tiro fuori dai giochi, nel senso che mi autoelimino (sono una pippa come degustatore, va bene ?!) altrimenti qualcuno potrebbe pensare che mi sia sentito toccato sul personale riducendo la mia replica allo sfogo di un mediocre degustatore frustrato dall’offesa di un mancato riconoscimento alle sue presunte qualità.  Ma penso che una difesa della categoria vada fatta. Esistono, a mio parere, tutta una serie di parametri oggettivi per riconoscere la qualità di un degustatore. Me ne basta citare tre, quelli più importanti. Esperienza, sensibilità, autorevolezza. Esperienza che significa metodo e sistematicità. Sensibilità che significa saper comunicare a chi legge (o chi ascolta) la propria idea di vino calandola nella specifica peculiarità di ogni singolo assaggio (che come ben sappiamo non è mai uguale a se stesso).  Autorevolezza che significa coerenza ma anche capacità di confronto e dialogo in contrasto con l’arroganza e l’egoismo di ogni sterile forma di autoreferenzialità. Ciò detto prendiamo ad esempio (è solo per fare un esempio!!!) Alessandro Masnaghetti, Gianpaolo Gravina, Francesco Falcone, Mauro Erro e Paolo De Crisofaro (la squadra di enogea.it per intenderci).  Sono abbonato alla rivista cartacea e leggo con assiduità la sua versione on line (gratuita ed alla quale contribuiscono anche altri autori) ciò nonostante sono molto spesso in disaccordo con i giudizi del Masna, meno spesso con quelli di Gianapolo, raramente con quelli di Falco, Mauro e Paolo. Ma se stimo queste persone (altrimenti non comprerei la rivista e non leggerei i loro articoli) e penso che siano tutti validi degustatori  non dipende (o almeno non dovrebbe dipendere solo) da quanto io mi trovi in sintonia o meno con le loro valutazioni. Dipende dalla combinazione dei tre fattori di cui sopra. Le reputo persone di comprovata esperienza e formazione (facilmente misurabile in anni di militanza nel settore da un lato, vastita e varietà di assaggi dall’altra, senza trascurare l’importanza delle riviste, delle guide e delle persone con le quali hanno collaborato), sanno comunicare con sensibilità ed autorevolezza la loro idea di vino attraverso ogni singolo assaggio. Un pluralità (ben venga) di soggetti e visioni, dunque, accomunati  dalla stessa dote di professionalità. A finale il fatto che io condivida o meno le loro valutazioni su questo o quel vino, su questo o quel produttore non può essere la discriminante in virtù della quale oggi li considero bravi e domani non lo sono più. Anzi quando leggo la scheda di un vino o di un produttore che non conosco so bene cosa aspettarmi (nel bene o nel male). Risiede in questo la loro qualità che li rende diversi da chi spara giudizi a cazzo, chi scrive spudorate ‘marchette’ e, ancora, da chi, molto più frequentemente di quello che è dato di sapere al lettore comune, lascia guidare la sua penna da simpatie e antipatie personali (e non lo dice mentre un plauso andrebbe all’onestà intellettuale di tutti coloro che nell’incipit dei loro articoli dichiarano apertamente la loro amicizia e talvolta assidua frequentazione con questo o quel vigneron piuttosto che con l’enologo di turno). La stessa scala di valori dovrebbe valere per  vini e  produttori. Del resto a tutti può capitare di produrre annate e bottiglie più riuscite, altre meno, ma chi ha sempre fatto vini di qualità, lo riconosci subito perchè ha lavorato, sempre, in maniera coerente, pulita ed onesta. Anche in questo caso la ricetta è semplice. I vini e la storia di ogni produttore parlano per lui. E’ ovvio le cose possono sempre cambiare ma a meno di cambiamenti stravolgenti nel modo di operare rimane un diritto anzi un dovere della critica quello di saper riconoscere e sforzarsi di comunicare chi fa qualità, secondo critreri quanto più possibili oggettivi, segnalandolo all’attenzione di appassionati e consumatori. Concludo: esiste, eccome, la qualità, anzi le qualità del degustatore e sono proprio le stesse che ritroviamo (e non) nei vini che assaggia e di chi li produce.

 

Ma veniamo al vero argomento cui fa riferimento la provocazione da cui siamo partiti, oggetto dell’articolo dell’autore. I vini naturali. Ci risiamo. A quanto pare si sono accorti di quello che io (e pochi altri a dir il vero) già c’eravamo accorti una decina di anni fa. La moda dei vini macerati sulle bucce rischia di portare sul mercato una nuova specie di vini omologati alla pari di quelli al gusto di barrique che spopolavano a cavallo del nuovo millennio imperversando ed assurgendo a modello unico di riferimento da seguire, pedissequamente, per ottenere il successo sui mercati, soprattutto internazionali. Ma Paolini ci rassicura, questa volta non corriamo lo stesso rischio: ‘Jancis Robinson ha previsto poco spazio al consumo dei cosiddetti naturali negli anni a venire (circa l’1% del mercato globale). Così, come insegna l’antropologia culturale, i modelli dominanti, loro malgrado, generano diversità molto resistenti: i vini cosiddetti naturali rappresentano questa minoranza vinicola, così come lo sono stati i giacimenti gastronomici. Questi vini hanno una valenza culturale, sebbene molti siano ‘scordati’ (ovverosia con ossidazioni e acidità sopra il livello di guardia), abili a sfruttare un trend vincente, ma nel complesso vanno salvaguardati per la loro diversità a fronte dell’omologazione. Da cui si evince un corollario: la critica imperante del modello globale non può accettare impunemente le minoranze perché mettono a rischio la loro supremazia di casta, così come succede in tutte le espressioni artistiche.’

 Caro Paolini, premesso che non tutti i bianchi naturali sono orange wines (ovvero ipermacerati) e che sono sempre meno quelli scordati (comunque una minoranza), il fenomeno dei vini naturali ed il suo ruolo fondamentale non va ricercato tanto nella loro diversità, nella loro presunta valenza culturale o espressione artistica, ma innanzitutto perchè salvaguardano la salute di chi li beve !!! A me non interessa se il formaggio di Tizio sia più buono del formaggio di Caio a prescindere (è un mantra che ripeto insistentemente da anni e mai mi stancherò di scrivere). Perchè se pure il formaggio di Tizio ottenuto con additivi e conservanti, da latte munto da mucche cresciute ed allevate ad anabolizzanti ed antibiotici, fosse più buono e meno caro che se lo mangino gli altri. Lo stesso ragionamente vale per tutto ciò che mangiamo e beviamo. Preferisco, così, pagare di più un vino a chi facendo a meno di tutti gli aiutini del caso (in vigna  e in cantina, e rischiando tanto) mi dia un prodotto che, indipendentemente, dal fatto di essere più o meno buono sia innanzitutto sano.

 

Amen!

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.