Passato prossimo remoto: nonnismo enogastronomico!

 

 

 

Per chi scrive (di vino ma anche d’altro) mettere mano al disco rigido significa viaggiare attraverso anni di ‘mi raccomando non più di XXXX caratteri spazi inclusi’  ‘scusa ma non possiamo rimpolpare un po’ che con YYYY caratteri non chiudo la pagina’. Poi ci sono i ‘non posso pubblicarlo così come, sai Tizio non solo è un amico ma lo stimo pure’, i  ‘l’ho modificato senza interpellarti perché alla fine sono comunque io il responsabile’ salvo poi i ‘il produttore X si è lamentato, il ristorante Y ha minacciato una querela, il personaggio K ti vuole morto’. Poi nell’ordine vengono i ‘sei in ritardo’, ‘sei molto in ritardo’, ‘vedi tu, sei in ritardo anche per il prossimo numero’. La puntualità, il rigore linguistico (io ho problemi d’ortografia figurarsi il ‘rigore linguistico’) e l’attenzione per il numero dei caratteri non fanno proprio parte del mio Dna. D’altra parte io ho sempre scritto per hobby e – come tutti i cristiani – tendo a privilegiare attività che agiscono contemporaneamente sul Pil nazionale e sul mio 730 ad altre che agiscono sempre sul Pil nazionale ma – per ragioni spesso incomprensibili – solo sul 730 di altri.  Il lavorare ‘pro domo altrui’ può sembrare strano ma fa parte di una logica bastanza diffusa quando si entra nel territorio del lavoro intellettuale e nello specifico del giornalismo enogastronomico dove , da sempre,  è prassi consolidata, direi la regola… In sintesi siamo il prototipo dello scemo del villaggio cui si può chiedere di fare qualcosa come investimento sulla propria immagine (la chiamano visibilità), in prospettiva di qualcosa di più grande e luminoso in un futuro mai remoto, ma, ahimè, mai presente. La discriminazione vale per molte professioni intellettuali giornalismo incluso anzi soprattutto il giornalismo enogastronomico. Una volta la Linea Maginot che separava datori di lavoro da scemi del villaggio era nella magia di due parole, apprendistato e praticantato (oggi, invece, si chiamano stage). Ci siamo cresciuti, fatti il callo, calmati il vorticoso turbinare del varicocele. Ma dire che – visto che ci siamo passati – è una interessante lezione di vita non si chiama saggezza: si chiama nonnismo. E’, in realtà, una piccola, invisibile e sgradevole truffa i cui le parti spesso si perdono: gli uni perché trovano normale essere pagati per governare truppe a gratis; gli altri perché trovano normale non essere pagati in un mondo cattolicissimo in cui la ricompensa arriverà in un tempo a venire. Purtroppo per tutti non è a ordini e pacche sulle spalle che va avanti il mondo, o almeno così la pensava Calvino. Ma Calvino, mai scordarselo, non era cattolico.
Libera parafrasi dell’articolo ‘Per questo progetto non c’è budget’ di Carlo Turati apparso sul numero di Maggio del mensile L’Impresa (Gruppo24Ore).
 
 
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