STARE FERMI COME UNO SCOGLIO NEL MARE

 

 

 

STARE

Mi piace il verbo stare perché va contro tutto il nostro vivere di oggi, in cui non stiamo mai ma fluttuiamo, ci agitiamo, ci disperdiamo in mille rivoli. Lo dico da anni, e mi sentivo molto triste a dirlo solo io. Per fortuna adesso trovo un’intervista di Margaret Mazzantini (sul primo numero di «How to Spend it») in cui lo dice anche lei: «Se c’è una cosa che mi ha insegnato la scrittura è stare. Sprofondare e stare. Una capacità che non appartiene a questa epoca. Siamo tutti connessi dalla mattina alla sera, c’è sempre uno schermo fra noi e gli altri…». Grazie, Margaret. Stare è non muoversi, è poter contare su radici, o basamenti. Un albero sta. Una casa, una statua stanno. Cose che non vanno via, portate da un vento o da correnti. Cose che non si spostano. Solide, ferme. Scogli Ho una passione speciale per gli scogli, che si lasciano battere dal mare in eterno e forse solo levigano un po’, col tempo, i loro spigoli e rugosità. Stare fermi, soprattutto. Leggere e studiare sono questo: stare, stare sulle parole. Soffermarsi, indugiare (forse per questo oggi leggiamo poco, e studiamo ancora meno?). Si può stare su un libro una vita, e su una pagina o su una frase per ore. Si può leggere e rileggere un brano, smembrarlo (o s-branarlo) parola per parola, fino a impararlo a memoria, a imprimerselo nel sangue. L’unica condizione necessaria, per aver rapporti proficui e di senso con un libro (sia esso cartaceo o digitale), è stare. Stare fermi, e stare anche molto chiusi. Dico chiusi al mondo esterno, chiusi agli altri, a ogni contatto: interrompere tutte le comunicazioni, per un certo tempo, per poterli far entrare poi, gli altri e il mondo intero, nella nostra vita, ma poi, e meglio, quando ne saremo usciti arricchiti da quelle parole su cui abbiamo sostato a lungo, soli, e scollegati. Le parole dei libri esigono il nostro tempo, e la nostra totale dedizione. Che è prima di tutto concentrazione. «Chiusura cognitiva», la chiamava il biologo premio Nobel Luria, augurandosi di non trovare mai articoli interessanti sulle riviste che riceveva, per non dover interrompere i suoi pensieri, le sue ricerche. Non credo alla meraviglia del multitasking, spacciata per nuova capacità dei nuovi giovani, detti anche nativi digitali. Mi sembra un inganno, che perpetriamo a loro danno. Non credo nel multitasking proprio per il fatto che non permette la lettura, anzi, la impedisce (e un mondo dove non si legge non lo voglio nemmeno prendere in considerazione): se faccio altro, non leggo. Tutto qui. Fare dieci cose in una, saltabeccando da un sito all’altro, da un’informazione all’altra, da un tweet o sms all’altro, non mi sembra una capacità, semmai un’incapacità: l’incapacità di stare, e quindi, di leggere, studiare e pensare. Se non mi concentro e non sto dentro il pensiero che mi sta nascendo, quel pensiero se ne va. Quindi se non mi concentro, non penso. Anche il pensiero deve fermarsi. O meglio, deve essere fermato. Non ha consistenza, il pensare, se non lo fermiamo: per esempio su un foglio, o su un video. O anche sul tronco di un albero, se preferiamo. Scrivere non è nient’altro che fermare i pensieri, fare in modo che non volino via. Per questo, anche per scrivere, bisogna stare. Proprio come dice Margaret Mazzantini. I pensieri sono, per natura, eccezionali migratori. Transitano, passano. Sono labili, effimeri, sfuggenti. Vi ricordate il Carducci che ci facevano studiare a memoria? «Tra le rossastre nubi / stormi d’uccelli neri, / com’esuli pensieri / nel vespero migrar». In fondo, ci aveva già avvertito lui – solo per via di similitudine, d’accordo, ma l’aveva fatto – che i pensieri migrano, vanno via, «esulano». Detto ciò, l’umanità continuerà a pensare, sia chiaro, non sono affatto preoccupata. Qualcuno di sicuro non ci riuscirà, a fare dieci cose in una, lo so. Ne vedo a volte alcuni di questi incapaci, navigando qua e là per i miei oceani: gente abbarbicata a certe rocce sperdute in mezzo al mare, che se ne sta così, la testa tra le mani… Non tutto è movimento, volevo solo dire questo. Non tutto è mare, onda. Non tutto è nuovo, presente, modernità. Non tutto è cambiamento. Qualche cosa sta. Qualche cosa è scoglio, e deve continuare a essere scoglio. Per esempio i fari bretoni, soli in mezzo all’oceano. Mi piace il loro stare verticale e luminoso, portatore di salvezza (di salute, quindi): sì, i fari stanno, e anche ci «salutano», nel senso che ci portano salute.

 

SALUTARE

A proposito, mi piace molto anche il verbo salutare. Per un saluto, un tempo, un uomo poteva morire di passione, innamorarsi fino alla follia. Il saluto per strada di Beatrice a Dante, il saluto di Laura a Petrarca in una chiesa… Chissà cos’era, forse solo un cenno del capo, o un breve sguardo. I nostri genitori (i genitori di chi ha la mia età) passavano il tempo a dirci di salutare. Vieni a salutare la signora! E ci stanavano dalle nostre stanze. O prima di uscir di casa: mi raccomando, se incontriamo qualcuno, saluta! Era un dovere sociale, salutare. Uno dei pilastri della buona educazione. Per me era un incubo. Ho passato l’infanzia a non salutare. Non ce la facevo, ero troppo timida. Tornati a casa, dopo aver incontrato magari sei persone e non averne salutata nemmeno mezza, mi prendevo le sgridate dei miei, soprattutto di mio padre, che mi faceva sedere davanti a lui e mi diceva con tono severissimo: adesso mi dici perché non hai salutato! (Non salutavo perché non volevo essere vista. Non volevo nemmeno esistere. Mi sentivo troppo piccola, troppo niente. Avevo paura. Nella parola timidezza non a caso c’è la parola timor… Questo ti direi adesso, papà). Oggi invece, a questa età a cui sono arrivata, mi dispiace vedere che non ci si saluta quasi più. Il saluto è una delle cose perse. Forse antiquate? Sì, mi pare che si sia ritenuti vecchi, se ci si saluta. Infatti, i giovani non salutano. Sto parlando di quel saluto particolare, che è il saluto tra sconosciuti. Fateci caso, se prendete l’ascensore con un giovane, se lo incrociate nell’atrio di un condominio, il giovane non vi saluterà. Non vi conosce, perché dovrebbe? Di certo questo sarà il suo pensiero. Ma era proprio lì il bello: salutare uno sconosciuto, se lo si incontrava in uno spazio angusto e comune come un atrio, un corridoio, un ascensore; un albergo, un residence; la sala d’aspetto di un medico, di un parrucchiere. Uno spazio così ristretto da rendere quella vicinanza passeggera una ragione più che valida per rivolgersi un saluto: in qualche modo era un riconoscersi presi da uno stesso destino, accomunati, pur di passaggio, da uno stesso luogo e in uno stesso tempo, pur così fugace come il tempo di un incontro. Ci si saluta ancora, tra sconosciuti, solo per gli impervi sentieri di montagna. Lì sì, chissà perché. Forse ci si sente maggiormente spersi nell’universo, in quell’aria rarefatta di montagna, con tutta la fatica di andare in salita, e tutta quella bellezza di cime innevate, rocce scoscese… Può essere che la bellezza aiuti, che porti a una maggiore nobiltà del sentire, a una vicinanza cosmica, non so. Se così fosse, dovrebbe funzionare anche al mare: perché invece non ci si saluta quando si passeggia per una meravigliosa spiaggia deserta? Forse il terreno pianeggiante, chiedendoci una minor fatica, ci induce meno al saluto? Dunque il saluto sarebbe un premio che ci si concede solo tra eroi del faticare? O è il colore del mare, troppo acceso e troppo allegro, che ci frena, che non ci regala quella malinconia rocciosa che solo i monti ci sanno dare? Misteri paesaggistici. Comunque, mi dispiace che i giovani non salutino. E mi dispiace ancor di più farla, una considerazione simile: mi sento così vecchia, a dir
così, una di quelle persone anziane borbottone e stucchevoli, che si lamentano da secoli del malcostume giovanile. Che orrore! Dirò solo (ma non mi assolve) che ero così anche da giovane: ho sempre patito per le disarmonie, credo che sia questo il guaio. I giovani, comunque, oggi non salutano non certo perché sono timidi. Anzi, è paradossale che oggi i giovani siano così meravigliosamente estroversi… e così poco salutanti! Non salutano perché non gliel’abbiamo più insegnato, molto semplice. A un certo punto credo che noi adulti abbiamo smesso di pensare che fosse una cosa buona. O forse abbiamo smesso di credere all’importanza di una buona educazione. O ci abbiamo creduto, ma non abbiamo avuto voglia di impartirla noi, forse ritenendo che spettasse ad altri, a qualche figura di cui non sapevamo il nome ma che certo doveva ben esistere, in questo mondo così perfetto. O forse l’educazione ci è sembrata, a un tratto, lesiva della libertà, nemica di una vagheggiata naturalezza e spontaneità del vivere, chissà. Peccato però, perché salutarsi tra sconosciuti è un gesto davvero molto speciale. Non è un atto dovuto, quindi non è per niente formale. È un regalo che ci si fa, del tutto gratuito. Ed è forse uno dei pochi modi (laici) che ci sono rimasti per riconoscerci fratelli su questa terra. Vi ricordate la poesia Fratelli di Ungaretti? «Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie». Ma lì c’era la guerra, quello era un riconoscersi nel dolore, nella precarietà estrema dell’esistenza. Salutarsi in ascensore sarebbe invece un’affermazione leggera e gioiosa di fratellanza. Un po’ come dire: ma guarda che bel caso, due esseri umani che hanno la fortuna di sfiorarsi, di stare più vicini del normale per un attimo, l’attimo di fare insieme cinque o sei piani… Ma non è grave. La vita ci dispensa altre gioie, più inattese, più stupefacenti. Ad esempio in autostrada, quando imbocchiamo un casello automatizzato e paghiamo il pedaggio infilando i soldi nell’apposito cassettino, ci sentiamo dire: Arrivederci e grazie. Che meraviglia, una macchina che ci saluta! Me ne stupisco sempre. E inevitabilmente, per gratitudine (o per buona educazione?), mi viene da rispondere: Arrivederci a te!

 

TORTO

Non dobbiamo sempre dare ragione a un figlio, per un motivo molto semplice: perché spesso non ha ragione. Veramente, non dovremmo mai dare ragione a nessuno, se non ce l’ha (o meglio, se a noi pare che non ce l’abbia, ovvio!); nemmeno a un amico o a uno zio, o a un superiore, a un collega, un allievo, un medico… È una questione di rispetto: bisogna rispettare il torto dell’altro. Ma con un figlio ancor di più. Dobbiamo dare molta fiducia al suo aver torto, pensare che è dai torti che verrà fuori quel che veramente è, lasciare che il torto lavori in lui e lo cambi, e lo porti ad avere, un giorno, ragione. Ci vuol tempo. Dobbiamo lasciare che il tempo lavori, dentro i nosti figli. Torto è anche l’aggettivo torto: stortato, piegato. Participio passato del verbo torcere. Qualcosa che ha subito un movimento di torsione, e quindi ha perso la sua posizione lineare, giusta. Si è curvato, è diventato tortuoso. La strada può essere torta (tortuosa) o diritta. Ma anche la mente. Aver la mente torta vuol dire pensar sbagliato, o perdersi in tortuosità intellettuali. Torto è il contrario di diritto. È manchevolezza, sbaglio, ingiustizia, errore di prospettiva. Un difetto della vista interiore, tutto sommato, un mettersi a guardar le cose dalla parte sbagliata, o avere qualcosa davanti agli occhi, un muro o un filtro o un qualsiasi ostacolo (spesso ideologico) che impedisce di vedere, ci porta verso tunnel e anfratti senza luce, ci rabbuia e piega. Avere torto è stare lontano dalla verità diritta del proprio essere, e del proprio agire. Aver perso la strada. Ci vuole tempo per colmare quella lontananza, per ritrovare la direzione. Si tratta di un viaggio lungo. Ma si può fare. Soprattutto un figlio ce la può fare, proprio perché ha il tempo davanti a sé. Se però gli diamo ragione quando ha torto, gli impediremo il viaggio.

 

IL VIAGGIO (IN MOTORINO?) DEI NOSTRI FIGLI

Ho finito di leggere il libro appena uscito di Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet. S’intitola La fatica di diventare grandi, e anche lì si parla di viaggio. Pietropolli Charmet dice che noi adulti abbiamo smesso di accompagnare i giovani nel viaggio verso la maturità: non prevediamo più per loro iniziazioni, rituali. Sono scomparsi i cosiddetti riti di passaggio. Nulla di socialmente condiviso segna più la fine dell’infanzia, o l’inizio della vita adulta. Ognuno scivola in un suo tempo uniforme e grigio, liquido, liquefatto. Si diventa qualcosa senza accorgersi di cosa, di quando. I genitori non fissano più le regole, né i confini. Tanto meno le date dei passaggi. Al posto loro ci sono due entità, ci fa notare Charmet: il gruppo dei pari (i compagni di classe, gli amici, la banda dei bulli) e le grandi corporation, che inventano l’oggetto giusto in cui i giovani, nelle diverse età, possano identificare (e comprare!) il loro sogno. Così, l’infanzia, l’adolescenza e la vita adulta non sono più segnate da riti quali il primo giorno di scuola, il fidanzamento, il matrimonio; ma da oggetti: il cellulare, il computer, il motorino, il tablet, la piccola auto (o ‘macchinetta’) e via così, a scandire le varie fasi, le tappe, della maturità. Sono i coetanei e gli oggetti, a officiare i riti di passaggio. Non avevo mai pensato che gli oggetti avessero una così forte valenza simbolica. Sì, spesso mi chiedevo cosa fosse questa compulsione del quindicenne a chiedere a tutti i costi il motorino, e la speculare subitanea arrendevolezza del genitore a concederglielo, a volte addirittura precedendo la richiesta. Come se fosse dovuto: ha quindici anni, come vuoi che si muova in città se non in motorino? Non mi è mai sembrato un semplice problema di locomozione. Ma adesso, leggendo questo libro, mi sembra di capire meglio: il motorino sarebbe uno di quegli oggetti a cui abbiamo permesso di fungere da rito di passaggio in vece nostra. Il motorino in qualche modo ci solleva dal compito, ci sostituisce. E quindi ci mette l’anima in pace, in un certo senso. Così come il cellulare, il tablet, la felpa firmata, e chissà che altro. (D’altronde, non mandando più, per fortuna, il figlio ad attraversare il fuoco o a far la guerra, dovevamo pur inventarci qualcosa!). Bene, dunque: il ragazzo inforca il motorino, e diventa grande. Inizia la sua adolescenza. Diventa anche come tutti gli altri, però. Sarà accettato nel gruppo proprio perché ha accettato di diventare come gli altri, certo. Ma imboccherà inevitabilmente la strada dell’omologazione. Ma sarebbe un altro discorso, lasciamo cadere… La cosa grave è che, così facendo, stiamo formando «giovani consumatori». Lo dice chiaro nell’ultima pagina, Pietropolli Charmet: «Se la tesi di questo breve saggio fosse completamente confermata dalla realtà, ci sarebbe da correre ai ripari, perché delegare al mercato dei consumi e ai gruppi giovanili le ineludibili funzioni iniziatiche non può essere una soluzione educativa e formativa soddisfacente. Da ciò non possono che nascere giovani consumatori». Mi viene in mente un altro grande libro: Segmenti e bastoncini, in cui l’autore, Lucio Russo, già nel 1998, avvertiva dello stesso rischio. Diceva che una scuola che rinuncia a un livello alto del sapere, una scuola che invece di dire «segmenti» dice «bastoncini» per risultare più facile a tutti, in realtà prepara quei tutti a diventare essenzialmente dei consumatori. Cioè, dei servi. Chissà cosa ne direbbe Pasolini.

 

PAOLA MASTROCOLA (Riproduzione riservata)

DALLA DOMENICA DEL SOLE24ORE DEL 28 SETTEMBRE 2014

 

 

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