OUTIS BIONDI in mini verticale: 2004-2005-2006

 

 

Etna Rosso Doc

 

Outis (in greco outis sta per nessuno) è la risposta che Ulisse diede al ciclope Polifemo, alla domanda circa la sua identità*. Ai piedi dell’Etna era verosimilmente dove vivevano appunto i Ciclopi. Il vino di Biondi nasce tra i 650 e gli 800 mt d’altitudine da tre vigne (Monte Ilice, Vigna di Carpene, Vigna di Cisterna e Vigna di Chianta) nel comune di Trecastagni, in località Monte Ronzini, da uve nerello mascalese (80%) e cappuccio (20%). Il terreno è sabbioso di matrice vulcanica, qui le uve possono godere dell’indispensabile escursione termica tra giorno e notte, tale da lasciare inalterata la concentrazione di profumi e portarle ad un ottimale stato di maturazione. Le vigne, tutte nella forma del classico alberello, sono state impantate tra il 1960 ed il 1970. Dopo lunga macerazione con le bucce per 10 giorni in acciaio, il vino viene travasato ed affinato in legno, dove sosta un anno circa per poi venire imbottigliato dopo un ulteriore sosta di 6 mesi in bottiglia. Il tratto distintivo del vino è l’eleganza. Il colore rubino dai riflessi granata è piuttosto scarico ma compatto. Il naso si lascia apprezzare per precisione, ricchezza di sfumature e profondità. Le note floreali esibiscono un contrasto tra le percezioni più fresche e balsamiche  con quelle di petali di rosa secchi. Tuttavia sono la finezza e l’intensità a prevalere nell’ampio spettro olfattivo. Il frutto non è mai prevaricante sulle altre note, dona dolcezza e allo stesso tempo l’acidità tipica dei piccoli frutti rossi. Un profilo decisamente minerale, di grafite e pietra focaia, s’intreccia a sentori terrosi e di sottobosco. Il legno è usato magistralmente. In bocca c’è coerenza perfetta di sensazioni con la beva che si poggia su una trama tannica setosa, vellutata sostenuta dalla spina dorsale acida . Un equlibrio mai statico, dinamico, in continuo divenire. Elastico e nervoso esibisce nel sorso tutta la sua naturalezza espressiva.

 

 

*Intrappolati nella caverna del Ciclope, il cui ingresso era bloccato da un masso enorme, Ulisse escogitò un piano per sfuggire alla prigionia di Polifemo. Come prima mossa, egli offrì del vino dolcissimo e molto forte al Ciclope, con l’intento di inibirgli i sensi ed indurlo in un sonno profondo. Polifemo gradì così tanto il vino che promise a Ulisse un dono, chiedendogli però il suo nome. Ulisse, astutamente, gli rispose allora di chiamarsi ‘Nessuno’. ‘E io mangerò per ultimo Nessuno’, fu il dono del gigante. Dopodiché Polifemo si addormentò profondamente, stordito dal vino. Qui Ulisse mise in atto la seconda parte del suo piano. Egli infatti, insieme ai suoi compagni, aveva preparato un bastone di notevoli dimensioni ricavato da un ulivo (donatogli, si pensa, da Atena), che una volta arroventato fu piantato nell’occhio del Ciclope dormiente dai Greci. Polifemo urlò così forte da destare dal sonno i ciclopi suoi fratelli. Essi corsero allora alla porta della sua grotta mentre Ulisse e i suoi compagni si nascondevano vicino al gregge del ciclope Polifemo. I ciclopi chiesero a Polifemo perché avesse urlato così forte e perché stesse invocando aiuto, ed egli rispose loro che ‘Nessuno’ (in realtà Odisseo) stava cercando di ucciderlo. I ciclopi pensandolo ubriaco e lo lasciarono allora nel suo dolore. La mattina dopo, mentre Polifemo faceva uscire il suo gregge per liberarlo, giacché lui non sarebbe stato più in grado di guidarlo, Ulisse e i suoi soldati scapparono grazie a un altro abile stratagemma, che faceva parte della terza parte del suo piano. Ognuno di loro si aggrappò infatti al vello del ventre di una pecora per sfuggire al tocco di Polifemo, poiché il Ciclope si era posto davanti alla porta della caverna, tastando ogni pecora in uscita per impedire ai Greci di fuggire. Ulisse, ultimo ad uscire dalla grotta, la fece aggrappato all’ariete più grande, la preferita del Ciclope. Accortosi della fuga dei Greci, Polifemo si spinse su un promontorio, dove, alla cieca, iniziò a gettare rocce contro il mare, nel tentativo di affondare la nave. Qui Ulisse, spinto dalla vanità, commise un errore. All’ennesimo tiro a vuoto del Gigante, Odisseo, ridendo, ebbe a gridare: «Se qualcuno ti chiederà chi ti ha accecato, rispondi che non fu Oudeis (‘Nessuno’), ma Odisseo d’Itaca!», rivelando così il suo vero nome. Polifemo, venuto allora a conoscenza dell’identità del Greco, ebbe a maledirlo, invocando il padre suo Poseidone e pregandolo di non farlo mai ritornare in Patria.

 

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