Verticale TERRA DI LAVORO 2000-2001-2002-2003-2004

 

 

 

 

Il progetto avviato nel 1991 produce il suo primo frutto con la vendemmia del 1993. Il 1994 segna la nascita definitiva del Terra di Lavoro. Cronaca di un successo annunciato fin dal suo esordio s’imponeva all’attenzione della critica (soprattutto) e del pubblico di appassionati. La potenzialità del terreno vulcanico fu sicuramente valorizzata dall’incontro con Riccardo Cotarella, enologo di fama (anche se a quei tempi ancora un emergente) tra i primi a lavorare sui vini del Meridione in chiave moderna, spingendo su concentrazioni e legno nuovo, combinando morbidezza alcolica e tannini opportunamente arrotondati con acidità smorzate. Tutti fattori studiati per incontrare il gusto internazionale o, almeno, quello che dalla moda del momento veniva dettato come modello di riferimento. Ma se le prime annate riuscivano a conservare, comunque, un loro tratto di naturalezza (fatta anche di una certa ruspantezza espressiva) con il trascorrere del tempo il vino ha cominciato a rimanere, sempre più, ingabbiato nel suo clichè, incantato a specchiarsi ed alternando a questo atteggiamento compiaciuto ed autocelebrativo la preoccupazione evidente di non deludere le aspettative dei suoi estimatori. Blend di Aglianico e Piedirosso ottenuti da vigne esposte a Sud-Ovest fra i quattrocento e i cinquecento metri sull’incantevole golfo di Gaeta, il Terra di Lavoro, fu insieme con il Montevetrano di Silvia Imparato (stesso enologo nda) tra i vini che a partire dalla fine degli anni novanta ho acquistato con una certa regolarità. Nel 2008 ho deciso di abbandonare entrambi. Non mi convinceva più da tempo quell’idea di vino ‘importante’ (anche nel prezzo non più giustificabile se non dalle folli leggi di mercato, di domanda e offerta). Quel rosso lavorato in piccole botti di rovere, premiato ed osannato dalle guide (tutte, notare bene) era divenuto, ormai, per me, un vino troppo ‘tecnico’ che aveva perso il suo carattere e la sua identità (il sottotraccia affumicato e quel tratto rustico cui facevo cenno) per lasciare, lentamente, posto ad una replica, anno dopo anno, di se stesso. Esercizio di maniera e neanche più di stile. Le bottiglie conservate in cantina dovevano servire a poterne testare la presunta capacità di invecchiamento. Mi incuriosiva vedere come un vino che quando arrivava sugli scaffali con quelle sue forti, sorprendenti quanto spiazzanti, note piraziniche (e che spesso mi inducevano a pensare al cabernet più che ad un aglianico) e il suo dna di matrice così intensamente minerale, stordente quanto monocorde, potesse evolvere a distanza di anni. Le bottiglie stappate per questa verticale non presentavano alcun problema di tenuta quindi in questo senso il risultato non è stato condizionato da dubbio alcuno su nessun millesimo. Se la 2004 e la 2003 appaiono due vini pietrificati (pietra lavica per rimanere in tema), ingessati, immobili, iperdensi e masticabili (in particolare la 2003 mentre la 2004 meglio), ancora sommersi sotto una coltre di inchiostro e cenere con qualche riverbero di grafite, la 2001 rimane più equilibrata, seria e composta, nitida, a fuoco, rifugge certi eccessi anche se non meno importante per struttura e muscoli. La 2000 e la 2002, invece, sembrano aver già scollinato, varcato il confine ossidativo, virando verso un profilo inaspettatamente arrendevole, che può a tratti stancare e respingere ma che forse restituisce un pizzico d’umana fragilità al liquido odoroso. Ed è proprio la 2002 (considerata minore) probabilmente una delle più riuscite ed interessanti prodotte nel nuovo millennio (quelle targate anni novanta rimangono, per me, pur talvolta con qualche sbavatura e imprecisione realizzattiva le migliori in assoluto). La 2002 respira, vive, riflette luce propria, una  luminosità, anche  nel colore, che preannuncia stratificazione di sensazioni e permette allo sguardo (ed al naso) di avventurarsi a scavare in profondità. Una prova sicuramente apprezzabile che rifugge la staticità degli altri millesimi per offrire dinamiche gustative di maggiore ampiezza e complessità ma anche un approccio alla tavola più accondiscente e sereno.

 

 

 

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