AMO I PRINCIPI, HO ORRORE DELLE REGOLE…

 

 

IL MOMENTO DECISIVO

 

 

Ah, si. E’ una questione di concentrazione. Concentrarsi, riflettere, osservare, guardare e ‘via’, sei pronto. Ma non si sa mai qual è il punto culminante di una cosa. Dunque, quando scatti, ti dici: ‘Sì, sì, forse, sì’. Ma non bisogna scattare a vanvera. E come surriscaldarsi o alzare troppo il gomito. Bisogna mangiare, sì, bisogna bere, ma quando è troppo è troppo. Perché nel momento in cui fai scattare l’otturatore, devi subito caricare di nuovo e può essere che la foto si trovasse tra i due scatti. La differenza tra una foto riuscita e una foto mediocre è una questione di millimetri una differenza infinitesimale. Eppure è fondamentale. Non penso che ci sia una grande differenza tra i fotografi, ma forse è proprio questa differenza impercettibile a contare. Molto spesso, non è necessario vedere le immagini di un fotografo. Basta guardarlo in strada per capire che tipo di fotografo è. Discreto, in punta di piedi, rapido o simile a una mitragliatrice? Non si mitraglia una pernice. Se ne prende di mira una, poi un’altra. In quel momento, è possibile che le altre abbiano preso il volo. Ma vedo persone che fanno ‘tac tac tac’, come se avessero il motore. La cosa incredibile è che scattano sempre al momento sbagliato. Adoro osservare un bravo fotografo al lavoro. C’è un’eleganza, è qualcosa di simile a una corrida. Fare fotografie per strada è una gioia. Ma per me la cosa più difficile è il ritratto. Non ha niente a che vedere con l’istantanea scattata per strada. La persona deve accettare di essere fotografata. È come il biologo con il microscopio. Quando si studia una cosa, questa non reagisce allo stesso modo di quando non viene studiata. Bisogna cercare di collocare la macchina tra la pelle di una persona e la sua camicia, e questo non è facile. La cosa strana è che attraverso il mirino si vedono le persone messe a nudo. Si tratta di rubare qualcosa, e a volte è molto imbarazzante. Ricordo di aver fatto, una volta, un ritratto a una famosa scrittrice. Quando sono arrivato da lei, mi ha detto: ‘Mi ha fatto un bellissimo ritratto alla Liberazione’. La Liberazione era stata nel 1945, molto tempo prima. Ho pensato: ‘Si ricorda che all’epoca il suo viso non era lo stesso. Sta pensando alle rughe. Cavolo! Cosa posso dirle?’. Mi sono messo a guardarle le gambe. Lei ha tirato giù il vestito, dicendo: ‘Sono un po’ di fretta. Per quanto ne avrà?’. ‘Non lo so’ ho risposto. ‘Sarà un po’ più lungo che dal dentista, ma un po’ meno che dallo psicanalista’. Forse non aveva un gran senso dell’umorismo, perché si è limitata a dirmi: ‘Va bene’. Le ho fatto due o tre foto e l’ho congedata. Perché non avevo detto quello che serviva. È sempre difficile parlare e al tempo stesso osservare un viso con intensità. E tuttavia è importante stabilire il contatto, in un modo o nell’altro. [Per realizzare il ritratto di] Ezra Pound, sono rimasto piantato davanti a lui per un’ora e mezzo, credo, in un silenzio totale. Ci guardavamo dritto negli occhi, senza imbarazzo. Lui si sfregava le dita. E penso di avere scattato una fotografia buona, quattro altre discrete e due insulse. Che fa più o meno sei foto in un’ora e mezzo. Devi dimenticare te stesso. Devi essere te stesso, dimenticarti e immergerti del tutto in quello che stai facendo perché l’immagine acquisti forza… Senza riflettere. Le idee sono pericolose. Bisogna riflettere di continuo, ma quando si fotografa non si cerca di presentare un’argomentazione o dimostrare una tesi. Non c’è niente da dimostrare. La fotografia viene da sola. Non è un mezzo di propaganda, ma un modo di gridare quello che senti. Si può paragonare alla differenza tra un libello di propaganda e un romanzo. Il romanzo deve passare per tutti i canali nervosi, per l’immaginazione. Ha molta più forza di un pamphlet a cui si getta un’occhiata per poi buttarlo via. E la poesia è l’essenza di tutto. Spesso vedo fotografi che esaltano la stranezza o la goffaggine di una certa scena credendo che la poesia sia quella. Non è così. La poesia contiene due elementi che entrano di colpo in conflitto, è una scintilla tra due elementi. Ma si offre molto di rado e non si può andare a cercarla. È come cercare l’ispirazione. No. La poesia arriva, solo se fai di tutto per arricchirti e se vivi fino in fondo, immergendoti anima e corpo nella realtà. Se vado da qualche parte, spero sempre di ottenere la fotografia di cui diranno: ‘Questa è la verità. Ha proprio visto giusto’. Ma allo stesso tempo non sono un analista politico, e tanto meno un economista. Non so far di conto. Sono ossessionato da una cosa sola, il piacere visivo. La mia gioia più grande è la geometria, cioè la struttura. Non è che vada alla ricerca di una struttura, di forme, motivi o cose del il genere quando fotografo, ma provo un piacere sensuale, e al tempo stesso intellettuale, quando vedo che ogni cosa è al posto giusto. E il riconoscimento di un ordine che appare sotto ai tuoi occhi. E infine – ma questo è solo il mio modo di sentire -, amo scattare. Essere presente. È come dire: ‘Sì! Sì! Sì!’, come le ultime tre parole dell’Ulisse di [James] Joyce. Non ci sono ‘forse’. Bisognerebbe gettare tutti i ‘forse’ nella spazzatura. Perché è tutta questione di un istante. È un momento. Una presenza. C’è o non c’è. E dire ‘sì!’ è un piacere meraviglioso. Anche se è qualcosa che detesti. ‘Sì!’ è un’affermazione.

 

 

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